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Appartamenti ai figli: come si deve fare?

Lunedì, 12 Settembre 2016

Sono coniugato e ho un figlio ancora convivente di maggiore età. Ho altre due figlie sposate entrambe con due figli. Desiderando dare la nostra unica casa di proprietà a nostro figlio convivente, almeno per il momento, e non desiderando che gli altri due figli e i loro coniugi interferiscano in tale proprietà, basta solo il testamento? Oppure occorrono altri documenti? Preciso che la casa è cointestata a me e mia moglie al 50%, e siamo in comunione dei beni.

In relazione alla richiesta, i sono alcune precisazioni da farsi inerenti alla composizione della sua famiglia. Lei è coniugato con tre figli, dunque la sua situazione evidenzia ben quattro legittimari ovvero, la moglie (e reciprocamente per sua moglie il marito) e i tre figli.

Sotto il profilo giuridico, dunque, vi sono ben quattro soggetti tutelati dal legislatore ed ai quali è riservata per legge una quota del patrimonio ereditario che, nella fattispecie è la seguente: 1/4 del patrimonio al coniuge superstite e 1/2 del patrimonio suddiviso tra i tre figli mentre la residua quota di 1/4 è disponibile.

Quindi, qualsiasi manifestazione di volontà testamentaria non può prescindere dal prevedere una attribuzione a ciascuno dei legittimari di almeno la quota che il legislatore ad esso riserva.

Pertanto nel caso di specie, ove l'abitazione fosse l'unico bene ereditario, la previsione della attribuzione a un legittimario solo tra i quattro aventi diritto, integra indubbiamente una lesione di legittima e il testamento sarebbe impugnabile dalle altre figlie (non certo dai rispettivi coniugi che non hanno in merito alcun diritto).

Si tenga panche presente che il coniuge superstite, ai sensi dell'articolo 540 del c.c., ha il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano se di proprietà del defunto o comuni.

In conclusione, ferma restando l'assoluta idoneità del testamento come strumento di manifestazione della volontà, è necessario che venga effettuata una attenta analisi della composizione del patrimonio al fine di valutare, insieme al notaio di fiducia, la migliore modalità di espressione al fine di salvaguardarla ed evitare pericoli di impugnativa per lesione di legittima.

Vivo con mi a madre vedova, unica intestataria dell'appartamento in cui viviamo. ora lei vorrebbe passarlo a me. Io ho un fratello, sposato con due bambine, che si è fatto un'altra vita ed un'altra casa da tempo. Qual è la procedura più idonea che potrebbe seguire mia madre, onde evitare che mio fratello impugni la cosa?

In effetti, la donazione in quanto tale permetterebbe il trasferimento a suo favore, quale donatario, dell'abitazione. Una eventuale donazione potrebbe anche prevedere la riserva a favore di sua madre dell'usufrutto generale e vitalizio sino alla sua morte di modo che la stessa donante abbia il godimento, non solo di fatto ma anche di diritto dell'abitazione medesima.

Si tenga presente, tuttavia, che la donazione è uno strumento che irrigidisce necessariamente la futura circolazione del bene in quanto espone il donatario al pericolo di impugnativa da parte del legittimario leso dalla donazione medesima. In pratica, nel caso in cui sua madre le donasse l'immobile, la donazione potrebbe essere impugnata dal fratello ove nella massa ereditaria materna non vi fossero beni sufficienti ad integrare la quota di legittima del fratello.

Infatti il legittimario leso potrebbe, dopo la morte del donante, agire in riduzione al fine di rendere inefficace nei suoi confronti la liberalità, con l'azione di riduzione che, ai sensi dell'art. 561 c.c., comporterà la restituzione degli immobili alla massa ereditaria liberi da pesi e ipoteche (salvo il decorso del ventennio dalla trascrizione della donazione) con conseguente danno del terzo che è "entrato in contatto" con il donatario.

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