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DEBITI CON EQUITALIA NELL'IPOTESI DI EREDITA'

Lunedì, 19 Maggio 2014

Mia nonna è deceduta due mesi fa senza aver redatto testamento. Quindi sono chiamati alla eredità, che consiste sostanzialmente nella casa già di sua proprietà, ai sensi di legge, i suoi due figli- che sono mia madre e mio zio- per la metà ciascuno. Ora bisogna aggiungere che la situazione nel caso specifico è questa: mio zio si trova ad avere debiti nei confronti di Equitalia, fra l'altro debiti di cui non si conosce l'ammontare, e vorrebbe rinunciare all'eredità lasciandola alle sue figlie, di cui una minorenne: la sua quota sarebbe in questo modo, se si può dire, al riparo dalle pretese da parte di Equitalia?

La legge consente a chiunque, una volta "chiamato" a succedere, per devoluzione testamentaria o legittima (cioè in forza di un testamento o di legge), ad un'altra persona, di rinunciare a tale eredità.

La rinuncia, che si concretizza in una dichiarazione formale che deve essere resa in atto pubblico davanti al Notaio o al Cancelliere del Tribunale, può essere effettuata nel termine di dieci anni dall'apertura della successione (dopo non avrebbe più senso, perché sarebbe comunque "prescritto", cioè non esercitabile, il diritto di "accettare" l'eredità), a meno che il chiamato all'eredità non sia nel possesso dei beni ereditari. Ad esempio, proprio per fare riferimento al caso specifico di cui si parla, lo zio non risiede nella casa della nonna. In tale circostanza, infatti, il termine per rinunciare è di soli tre mesi, poiché altrimenti il chiamato, che non abbia fatto redigere l'inventario dei beni ricompresi nella successione entro tale termine, viene considerato erede puro e semplice in quanto, continuando a godere dei beni ereditari, la legge presume che egli abbia accettato "tacitamente".

La rinuncia è nulla se fatta solo in parte (art. 520 del codice civile): così come non è possibile accettare solo parzialmente un'eredità, così se si rinuncia, si rinuncia a tutti i beni ricompresi nel compendio ereditario, per la quota devoluta al rinunciante, che viene devoluta ai chiamati in ordine successivo.

Venendo al coso di specie, e ipotizzando che lo zio "chiamato" ad ereditare il 50 per cento della casa della mamma deceduta, non sia nel possesso dei beni, rinunciare all'eredità potrebbe rivelarsi un rimedio non idoneo per sottrarre i beni caduti in successione dall'aggressione del creditore Equitalia.

E questo perché esiste, infatti, una norma - vale a dire l'articolo 524 del codice civile- la quale sancisce che, entro il termine di cinque anni dalla rinuncia, i creditori del "chiamato rinunciante" possono farsi autorizzare dal giudice ad "accettare" l'eredità in luogo del rinunciante, al solo scopo di soddisfarsi sui beni ereditari fino a concorrenza dei propri crediti. In realtà occorre specificare che non si tratta di una vera e propria "accettazione" dell'eredità, nel senso che i creditori, esercitando tale rimedio, non diventano "eredi" del de cuius, ma in buona sostanza ottengono lo scopo di rendere inefficace nei loro confronti la rinuncia all'eredità fatta dal proprio debitore, rendendo quindi aggredibili i beni che, in mancanza di rinuncia, sarebbero entrati nel patrimonio del medesimo. tutto questo, si badi bene, indipendentemente dal fatto che la rinuncia fosse stata fatta, fraudolentemente, solo per evitare l'aggressione di tali beni, indipendentemente dal fatto che altri chiamati (che sarebbero le figlie dello zio, nel caso proposto) cui l'eredità fosse devoluta, in forza della rinuncia del primo chiamato, avessero accettato nel frattempo l'eredità.

L'unica ipotesi in cui si potrebbe evitare un'aggressione dei creditori sui beni ereditari, sarebbe, sempre nel caso di chiamato non nel possesso dei beni, l'intervenuta "prescrizione" del diritto di accettare, che interviene dopo dieci anni dall'apertura della successione, se entro tale termine i creditori, magari all'insaputa della apertura della successione devoluta, non abbiano chiesto al giudice, ai sensi dell'art. 481 del codice civile, di fissare un termine perentorio entro cui il proprio debitore si pronunci per l'accettazione o la rinuncia all'eredità.

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