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DIRITTO DI FAMIGLIA: ECCO LE UNIONI CIVILI

Lunedì, 13 Giugno 2016

La legge 20 maggio 2016 n.76 (legge Cirinnà) ha innovato con svolta epocale il panorama normativo del nostro diritto di famiglia, introducendo per la prima volta (anche sulla spinta di altri Paesi UE) l'unione civile tra persone dello stesso sesso come specifica formazione sociale con pieno rilievo giuridico e modellata sul tradizionale istituto del matrimonio (che continua ad essere riservato alle coppie eterosessuali). Essa può essere costituita da due persone maggiorenni dello stesso sesso con dichiarazione solenne resa si fronte ad un ufficiale dello stato civile e alla presenza di due testimoni ; la liturgia prevista richiama molto il matrimonio civile, ma qualche differenza anche formale sussiste: mentre infatti per il matrimonio sono previste le pubblicazioni in Comune, per le unioni civili non ce n'è bisogno, con la conseguenza che nessuno può opporsi alla formalizzazione del rapporto. La strada dell'unione civile è impercorribile se uno dei due partner è già sposato o ha contratto un'unione civile, se è interdetto per infermità di mente o se è stato condannato per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l'altro partner. Inoltre i due partner non devono essere parenti. I partner legati dall'unione civile acquisiscono gli stessi diritti e doveri. In particolare hanno l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale e alla coabitazione e sono tenuti in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni. I partner possono decidere di assumere un cognome comune, scegliendo fra i loro. Devono poi concordare l'indirizzo della vita familiare e fissare la residenza comune. A differenza di chi si sposa, i partner dell'unione civile non hanno l'obbligo di fedeltà.

Come accade nel matrimonio, il regime patrimoniale dell'unione civile, in mancanza di diversa convenzione matrimoniale, è quello della comunione dei beni. I partner, inoltre, acquistano gli stessi diritti successori che hanno marito e moglie e il diritto a percepire la pensione di reversibilità. E se l'unione civile finisce, si applicano le stesse regole valide per il matrimonio in materia di alimenti al partner economicamente più debole.

I partner possono decidere di sciogliere l'unione civile direttamente, senza dover passare prima dalla separazione, come accade invece nel matrimonio. Per scrivere la parola fine all'unione civile basterà infatti che anche uno solo dei due partner presenti una comunicazione all'ufficiale di stato civile contenente la volontà di sciogliere l'unione. Dopo tre mesi dalla presentazione della comunicazione si potrà chiedere il divorzio vero e proprio, che potrà essere chiesto sia in via giudiziale oppure attraverso la negoziazione assistita o ancora attraverso un accordo sottoscritto davanti all'ufficiale di stato civile. In caso di divorzio la legge ha inoltre previsto che il partner più "debole" abbia diritto agli alimenti, oltre che alla assegnazione della casa. Dalle cause di scioglimento dell'unione civile è esclusa la mancata consumazione del rapporto. L'unione civile inoltre si scioglie anche se uno dei partner cambia sesso. Viceversa, se la rettifica anagrafica di sesso avviene all'interno di un matrimonio e i coniugi non vogliono chiuderlo, automaticamente si instaura un'unione civile.

L'unione civile non dà la possibilità di adottare, neanche il figlio del convivente. Le disposizioni sulla stepchild adoption, infatti, sono state stralciate dal testo definitivo di legge in occasione dell'ultimo maxi-emendamento. La legge dispone però che resta fermo "quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti": una formula che sembra lasciare ai giudici la possibilità di decidere diversamente (come ha fatto di recente il tribunale di Roma consentendo a un soggetto di adottare il figlio del partner omosessuale attraverso una larga interpretazione della "adozione in casi particolari" prevista dalla legge 184/83).

La legge 70/2016 è entrata in vigore lo scorso 5 giugno ma le coppie omosessuali che vogliono ufficializzare il loro legame devono attendere le disposizioni che renderanno concretamente operativa la riforma. I tempi, tuttavia, dovrebbero essere brevi. Le norme definitive, che aggiorneranno le iscrizioni, trascrizione e le annotazioni dello stato civile, saranno contenute in un decreto legislativo che il Governo dovrà emanare entro fine anno. Restano in stand-by anche le coppie omosessuali che sono già sposate all'estero. I matrimoni (o altri istituti analoghi) tra persone dello stesso sesso celebrati fuori dall'Italia saranno infatti "recepiti" come unioni civili. Per rendere operativo tale riconoscimento sarà necessario un decreto legislativo.

Il governo dovrà intervenire anche su un terzo fronte per coordinare con la nuova legge tutte le altre disposizioni presenti nell'ordinamento: leggi, atti aventi forza di legge, regolamenti e decreti. Questa potrebbe essere anche l'occasione per allineare le disposizioni penali con la nuova disciplina delle unioni civili: l'equiparazione delle parti di una unione civile ai "coniugi" di un matrimonio è, infatti, limitata dal testo stesso della legge 76/2016 (comma 20): "Al solo fine di assicurare l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall'unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni contenti le parole "coniuge", "coniugi" o termini equivalenti, ovunque ricorrano nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonchè negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano ad ognuna delle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso".

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