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IL CASO DI UN FRATELLO RITENUTO ILLEGITTIMO

Lunedì, 15 Dicembre 2014

Sono figlio di due genitori viventi e ho una sorella nata dai miei stessi genitori. Ho anche un fratellastro, con un altro cognome mai riconosciuto ufficialmente se non nell'ambiente familiare, nato da una relazione extraconiugale di mio padre. Mio padre possiede una casa cointestata con mia madre e una seconda casa intestata a suo nome. Se lui dovesse venire a mancare, posso evitare che il mio fratellastro entri nell'asse patrimoniale, dopo eventuale richiesta di riconoscimento come figlio legittimo? Posso io - in caso di dipartita di mio padre- vendere le due case a terzi, in accordo con madre e sorella, senza che il suddetto fratello chieda parte del ricavato della vendita, o prima che possa chiedere la cosiddetta legittima? E può mio padre, attraverso il testamento, intestare i suoi beni escludendo il fratello avuto dalla relazione extraconiugale? C'è un tempo limite entro cui il fratello può fare ricorso al riconoscimento ed eventualmente alla legittima?

Le risposte ai quesiti sono in linea di principio tutte negative. La recente legge 10 dicembre 2012, n. 219, ha sancito il principio di unicità dello stato giuridico di filiazione. E ciò al dichiarato fine di "eliminare ogni discriminazione tra figli, anche adottivi, nel rispetto dell'art. 30 della Costituzione". In attuazione di tale delega, il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, ha attuato una "riscrittura" delle disposizioni, soprattutto del Codice Civile, in materia di filiazione, coerente con i nuovi principi, tra i quali uno dei più importanti è sicuramente quello in base al quale "tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico". Si è determinato il definitivo abbandono, nel nostro ordinamento, dei riferimenti a "figli legittimi" e "figli naturali", che, ovunque ricorrano, vengono sostituiti dalla parola "figli". Oggi tutti i figli (senza più distinguere, in particolare, fra legittimi e naturali) conseguono un'unica identità familiare con eguali diritti, tanto patrimoniali quanto successori.

Il figlio nato fuori dal matrimonio può essere riconosciuto dalla madre e dal padre, anche se già uniti in matrimonio con altre persone all'epoca del concepimento.Il riconoscimento può avvenire tanto congiuntamente quanto separatamente. In mancanza di riconoscimento (ad esempio perché il padre si rifiuta) il figlio può chiedere al giudice la dichiarazione di paternità o maternità in tutti i casi in cui lo stesso riconoscimento sarebbe ammesso, fornendo con ogni mezzo la prova della paternità e/o della maternità. Se il figlio muore prima di avere iniziato l'azione, questa può essere promossa dai suoi discendenti, entro due anni dalla sua morte. Qualora venga a mancare il genitore, e il figlio nato fuori dal matrimonio venga escluso dal novero dei coeredi questi, una volta ottenuto il riconoscimento (volontario o giudiziale) può esercitare una particolare azione, detta "petizione ereditaria", allo scopo di vedersi appunto riconosciuta la propria qualità di coerede, e di conseguenza, il proprio diritto a concorrere con uguali diritti assieme ai membri della famiglia, per così dire, "legittima" (ossia il coniuge superstite ed i figli nati in costanza di matrimonio).

Qualora vengano vendute le case a terzi da parte del solo coniuge superstite e dei figli nati in costanza di matrimonio, il figlio nato fuori del matrimonio, ottenuto il riconoscimento, può senz'altro chiedere la parte di sua spettanza (pari nel suo caso a 2/9 dell'eredità paterna ex art. 581 c.c.)

Poiché, inoltre, stiamo parlando di immobili e di atti da trascrivere, una vendita delle case quale quella prospettata ( anche ove si riuscisse a porla in essere nascondendo l'esistenza del figlio nato fuori dal matrimonio) sarebbe estremamente pericolosa, in quanto gli acquirenti potrebbero vedere facilmente travolto il loro acquisto qualora la filiazione venga riconosciuta e venga fuori. Qualora infine il padre, con testamento, escludesse dalla successione il figlio nato fuori del matrimonio, questi, una volta ottenuto il riconoscimento, potrà far valere (con l'azione di riduzione) i propri diritti nei confronti degli eredi nominati nel testamento entro il termine di prescrizione di dieci anni.

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